Con piacere condivido la prima recensione al mio ultimo libro apparsa sul n.43 della bellissima rivista “Illustrati” a firma di Francesca Del Moro.

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta), Giulio Perrone editore, 2017

In questo nuovo libro, uscito a circa quattro anni dal primo volume di poesia, La raccolta del sale, Alessandro Brusa porta avanti il suo percorso di ricerca attraverso la parola, indagando la propria esistenza in quanto essere umano in senso universale e la molteplicità delle relazioni, degli equilibri e dei conflitti che la caratterizzano.

Un percorso di ricerca che è insieme fisico, perché imperniato sul corpo, e metafisico, ossia volto a trascendere l’esperienza concreta, individuale, spogliandola di tutti gli accidenti per arrivare all’essenza. Questo percorso avviene nel quadro di una geografia stilizzata (resa attraverso termini ricorrenti come terra, acqua, mare, vento, tempo, spazio), esteriore e interiore, essenziale come l’io-corpo che si trova in bilico (ovvero, in punta, come si dice nel sottotitolo e si ripete all’interno del libro) tra il desiderio di fissare una forma, un’identità e la costante sollecitazione alla dispersione. Il corpo è chiamato in causa nei suoi dettagli anatomici non caratterizzati e carichi, come quelli geografici, di valenze simboliche (spalle, capo, lingua, petto, mani, naso ecc.). A condurre questa esplorazione è la Musa, o Nemesi come la definisce Marco Simonelli nella postfazione, ovvero “l’emozione grezza”, fulcro salvifico e incomprensibile, essenza che per esprimersi ha bisogno di un linguaggio diverso da quello comune. A questa lingua nuova Alessandro perviene attraverso un’opera di sottrazione, esplicitata in una poesia e già suggerita nel titolo del libro dall’espressione “in tagli”, che, letta tenendo separate le due parole oppure unendole, si riferisce in ogni caso al concetto di rimozione. Questa lingua densa ed estremamente curata nei suoi aspetti sonori (mediante allitterazioni, assonanze, rime interne anche equivoche), procede spesso per salti logici, rivoluziona l’uso della punteggiatura e persegue un bilanciamento di pieni e vuoti che mira a isolare e a dare peso a ciascuna parola invitando il lettore a sostare. La parola poetica risiede nelle ossa, struttura il corpo, è solida come una montagna ma frana dolcemente. Vive della stessa tensione tra il desiderio di definizione, la volontà di trattenere ciò che si dilegua, e la tendenza alla disgregazione che preme sull’essere umano. Alla parola che sfugge l’autore ha voluto imprimere un ordine suddividendo la raccolta in cinque sezioni che tuttavia fluiscono l’una nell’altra sfidando i confini, anche grazie alla ricorsività che dona omogeneità al libro, anzi ai libri di Alessandro. Nelle varie sezioni si possono tuttavia individuare dei nuclei tematici, che coincidono con le relazioni stabilite dall’io-corpo in termini di tempo e spazio, ma anche di amore, dono, rispecchiamento nell’altro. All’io dominante e al tu della prima sezione si unisce, nella seconda, un “noi” che evoca il concetto di condivisione, anche di matrice generazionale, senza trascurare gli incontri “di amore inespresso” con i volti dello schermo. Una cesura è segnata dalla sezione centrale dedicata alla musica, arte fisica e metafisica per eccellenza, cui seguono le ultime due sezioni, nelle quali “l’altro”, prima inteso in senso universale, si arricchisce di dettagli più concreti e colti con sguardo sensibile e amoroso, in riferimento a due persone precise: il padre e l’uomo amato. Un libro raffinato e maturo, l’approdo di un percorso consapevole che, come avverte l’autore stesso nella sua nota, è giunto alla conclusione e ci porta ad attendere con interesse la nuova direzione.